PREMESSA. Io fra quattordici giorni riparto per Monaco e ancora non ho finito di raccontare la vacanza DELL'ANNO SCORSO. Insomma, lo sappiamo tutti che l'aggiornamento del blog non avviene esattamente con quelle che si dicono "regolarità" e "coerenza", ma apprezzate lo sforzo! Avevo questo post pronto da tipo più di un mese, ma, insomma, una cosa tira l'altra, lo sapete, la gente, succede che, questo, quell'altro, eccetera. E poi c'era da scegliere e sistemare le foto, risoluzione, grandezza, eccetera, aoh io qua sto a lavorà eh, mannaggia a voi!
M'ero ripromesso di finire il resoconto di questa vacanza prima di ripartire per l'Oktoberfest 2009 ma, alla luce degli eventi, non credo di farcela... Per cui sono indeciso: o pubblicherò il resto in due o tre megapost, come fatto finora, oppure compatterò il tutto in un unico post riassuntivo ai limiti dell'osceno prima di partire. E fra un buco e l'altro vedrò pure di studiare per l'esame del quindici, va.
(Link alla prima parte)
(Link alla seconda parte)
LE CRONACHE DI GAETANO 3
Giorno quarto
Ci svegliamo ad un orario relativamente decente. Andiamo a pranzo ad un ristorante che abbiamo visto la notte precedente durante il nostro vagabondare. A Monaco c'è un particolare tipo di ristoranti tipici del posto: la loro peculiarità è di essere ufficialmente sponsorizzati ognuno da una marca di birra locale. Quello dove siamo andati noi era sponsorizzato dalla Spaten. Questo popolo ficca la birra in ogni aspetto della propria vita. Che civiltà superiore.
Il posto è caldo e accogliente, il servizio ottimo, il personale gentilissimo, i bagni puliti e ipertecnologici. Durante il pasto cade un altro dei classici pregiudizi italiani: la cucina tedesca è OTTIMA. Certo, non è varia come quella italiana e forse non è altrettanto salutare, ma è di sicuro molto buona. Com'è lecito aspettarsi, dato il clima, hanno un menù piuttosto ricco di grassi, principalmente basato su carni, zuppe e crauti, ma il ventaglio di varietà in cui riescono a combinare e cucinare questi cibi-base è abbastanza ampio. Ovviamente il tutto è abitualmente accompagnato da fiumi di birra (è esilarante, per noi che non siamo abituati, vedere innocenti famigliole che ne bevono a litri con estrema noncuranza, come fosse acqua). Nel mio piatto c'è UN CUBO di burro alle erbe. E mi guarda. Con aria di sfida.
Me lo mangio.
In questo Paese il freddo si combatte a colpi di colesterolo.
Alla fine del pranzo, qualcuno di noi va in bagno. Ne riesce trafelato e mi chiama con urgenza. Entro al cesso e mi viene mostrata una cosa meravigliosa: il dispenser delle salviettine è ELETTROMECCANICO CON SENSORE DI MOVIMENTO. Cioè: quando ci passi la mano davanti, automaticamente ti espelle una salvietta per asciugarti le mani. Ora, voi immaginate una frotta di italiani che si accalca tutta eccitata presso l'entrata del bagno a vedere il distributore di carta da mani, con le labbra che disegnano O di stupore e condendo il tutto con urletti da fans dei Neri per caso. I tedeschi hanno avuto un ottimo intrattenimento, quel giorno.
Usciamo dal ristorante e ci mettiamo a fare shopping nella enorme piazza su cui questo si affaccia. Ci sono altissimi momenti, come quando rimaniamo imprigionati in un negozio pieno di chincaglierie fragilissime in compagnia della nostra poca delicatezza, o quando Virgilio cade vittima di un bronzeo pesce. Ma, soprattutto, BANANEN:
Volevo mettere anche le foto degli altri eventi ma poi ne venivano troppe e mi si asciugava lo spazio sui server di Splinder.
Ci accattiamo qualche souvenir (personalmente, mi porto a casa uno stupendo boccale gigante in ceramica lavorata, con intarsi e tappo in ferro finemente decorato. Una cosa stupenda) e poi decidiamo che è il momento di dirigerci finalmente all'Oktoberfest. Anche in metro, come se ce ne fosse ancora bisogno, ci sono cose che continuano a ricordarci la manifesta superiorità del nord Europa. Noi a Termini abbiamo i baretti e le tavole calde zozzissime, loro hanno QUESTO:
Arriviamo alla fiera e iniziamo ad aggirarci per la stessa alla ricerca dello stand più invitante. Durante il pellegrinaggio, c'è un momento di estrema tristezza e malinconia. Questa è pura cattiveria e mancanza di sensibilità: non si lascia una birra da sola sotto la pioggia. MAI.
Gli stand delle varie marche di birra sono veramente enormi. Quelli più grandi, corrispondenti alle marche maggiori della Germania, arrivano a contenere ognuno DIECIMILA posti a sedere. Aggiungendoci pure tutte le persone in piedi e il personale di servizio, si arriva a cifre anche più alte. Decidiamo di visitare per primo lo stand della Augustiner, che è probabilmente la birra più buona della Baviera. Ma anche del mondo, suvvia.
Cammino emozionato verso l'entrata. Un passo dopo l'altro, con le stesse palpitazioni del primo giorno di scuola, raggiungo le porte a spinta. Una leggera pressione le apre, lentamente, inesorabilmente. E davanti ai miei occhi si palesa una delle cose più simili al Paradiso in Terra.
DIECIMILA UBRIACONI DI TUTTE LE NAZIONI DEL MONDO CHE TRACANNANO BIRRA GIA' DA TRE GIORNI. Risate, urla, canzoni, un mormorio indistinto, così vasto ed indistinguibile che pare emani dalle pareti stesse del gigantesco edificio.
Improvvisamente mi sento come Alice appena rotolata nella tana del Bianconiglio. Mi guardo intorno, non riesco a cogliere l'insieme. È tutto troppo meravigliosamente tipico, fantasticamente onirico, deliziosamente confuso. Cameriere indaffarate, brindisi ad ogni angolo, gente sorridente di ogni età ed etnia. Qui sono tutti fratelli e sorelle. La schiuma della birra trabocca leggermente dai boccali che mi corrono affianco, saldi nelle sapienti mani delle bavaresi che servono ai tavoli. Valchirie di noi guerrieri etilici, capaci di trasportare nel loro materno abbraccio anche dieci boccali alla volta.
È il Paese dei balocchi. Io ci sto in mezzo. E la cosa più dannatamente esaltante è che non si tratta di un sogno.
E non mi sono neanche cresciute le orecchie d'asino.
Scorriamo attraverso i tavoli in direzioni completamente casuali; se fossimo vestiti di lenzuoli monocolore saremmo perfettamente uguali ai fantasmini di Pac Man che vagano nel labirinto. Adocchiamo un tavolo, prendiamo posto. C'è scritto sopra che dalle cinque in poi è prenotato. Poco male: abbiamo ancora molto tempo. Ci servono i primi litri di birra. Si aprono le danze.
La vitamina B liquida inizia a farsi copiosamente strada nelle nostre viscere, pronte ad accoglierla come archetipica parte di esse. Al nostro tavolo si alternano:
- una coppia di tedeschi abbastanza maturi, presumibilmente sposati. Persone assolutamente tranquille e pacate. Viviamo un momento di puro terrore quando la donna ordina UN POLLO SANO e se lo sbrana TUTTO. Cioè, ok, è una cosa che abbiamo fatto tutti, ma da una signora di mezz'età non te lo aspetti (che grande popolo);
- un gruppo di giovani australiani, credo, abbastanza simpatici e sufficientemente amanti della birra. Però sembrano troppo usciti da O.C. Fuori contesto;
- un altro gruppo di persone che però adesso non ricordo. Se qualcuno mi dà una mano a pescare i ricordi, mi fa un piacere.
Ma la vera svolta del pomeriggio è seduta al tavolo affianco al nostro. Un branco di
inglesi pazzi, ottimi bevitori e assolutamente fuori di testa. Indossano magliette con su scritto "
Vote for Pedro", e già solo per questo meritano tutta la nostra stima. No, non ho la più pallida idea di chi sia Pedro, ma quando a dirmelo è gente COSÌ, io non posso far altro che fidarmi.
A un certo punto arriva il ritratto dell'abbondanza. Una simpatica bavarese che non si fa problemi a mostrare la sua esuberanza di carne. L'opulenza del suo seno rimanda ai fasti delle ville patrizie di epoca classica e lei non lesina per niente tutto quel profluvio, anzi. Ciò che trabocca dal balconcino del suo abito è uno schiaffo alla fame nel mondo. Sarebbe anche una bella donna, volendo, ma fare i conti con la sua giunonica presenza non è da tutti.
La nostra intraprendente signorina si mette a ridere e a scherzare con gli inglesi pazzi, e a un certo punto lui
le mette un dito nella scollatura mentre Daniele le fa una foto
Rivediamone un close-up alla moviola:
e lei non si scompone minimamente. Anzi, ne sembra quasi felice. È là che inizio a pormi delle domande.
Ma la risposta è la birra.
I boccali si susseguono mentre le scene memorabili scandiscono la degradazione della situazione. Er Ciavatta è il soggetto di due foto che, grazie al successivo lavoro di Virgilio, si tramuteranno in questa GIF che è già leggenda:
Sempre quel grandissimo merdoso del Ciavatta, poi, mi morde il polso solo perché tento di scroccargli un sorso di birra:
Arriva l'orario della prenotazione altrui e siamo costretti a lasciare il tavolo. Usciamo dallo stand Augustiner e decidiamo di fare due passi per la fiera. Gironzoliamo, qualche acquisto, qualche foto. A un certo punto siamo attratti dal capannino di un tizio praticamente identico al Mangiafuoco di Pinocchio, solo meno corpulento e con la barba più corta e brizzolata.
Sembra davvero appena uscito dalla favola: incorniciato in questa sorta di capannello, vestito con un frac dorato e con la testa cinta da un cilindro, d'oro anch'esso, continua a maneggiare una specie di serpentello fatto evidentemente di un qualche materiale magnetico che risponde alla carica elettrostatica del corpo umano. Con fluidi e sapienti movimenti delle mani lo fa sgusciare e divincolarsi fra le dita, facendolo sembrare vivo a tutti gli effetti. Non ha smesso un attimo di parlare. Le parole gli escono come un fiume in piena, inarrestabile, ma mai urlate né sgarbate. Si mantengono su un tono medio, abbastanza profondo e piacevolmente caldo, che inevitabilmente ti ipnotizza. Una cosa è certa: sa come vendere qualcosa.
Tutto il pubblico è completamente incantato dalla sua litania, anche noi che non parliamo tedesco. Ma quest'uomo non ha calcolato la variabile impazzita.
Er Ciavatta.
Alessandro sta proprio in mezzo al pubblico, esattamente davanti al Mangiafuoco. Ha gli occhi sgranati e guarda l'uomo come se vi vedesse una qualche verità trascendentale. A un certo punto si gira verso Virgilio che è al suo fianco e si mette A URLARE.
Er Ciavatta: AOH, PORCA MIGNOTTA! NON CE STO A CAPÌ UN CAZZO, AOH! MORTAAACCI SUUUA!
Il venditore SI FERMA. Rimane in silenzio a fissare il suo sguardo carico di biasimo e risentimento su Alessandro, lo stesso sguardo che alle elementari ti fa la maestra quando ti becca a farti i cazzi tuoi mentre lei spiega matematica e tutti gli altri, improvvisamente, tacciono imbarazzati.
Alessandro tenta di giocare la carta dell'indifferenza mentre se ne va, ma il peso dei giudizi sospesi negli occhi puntati su di lui, ora anche quelli del pubblico, lo dichiarano colpevole senza appello. La sentenza riecheggia nell'aria come il suono del martello sul banco del giudice.
Tutto ciò viene spazzato via pochi minuti dopo, quando incontriamo l'ennesima congrega di italiani. Solita chiacchierata, simpatici anche loro. Sono veneti, o qualcosa del genere, e come al solito Alessandro si destreggia nella sua arte di snocciolare con disinvoltura nomi di località probabilmente inesistenti, mentre loro annuiscono per assecondarlo.
Salutiamo i nostri nuovi amici e continuiamo il giro. Foco mi coinvolge nell'abbordaggio di due ragazze stupende con la scusa della foto. Io sono abbastanza scettico riguardo la buona riuscita della questione, e infatti si rivela un flop senza pari. Poco male, torniamo dai nostri al passeggio.
Ci imbattiamo nella giostra della prova di forza col martello. Questa è quella originale, un'attrazione tipica dell'Oktoberfest. Il martello, tra l'altro, è alquanto pesante. Accettiamo di buon grado la sfida. Lo spirito sportivo delle Olimpiadi ci insegna che il risultato non è importante quanto la partecipazione, quindi sorvoliamo.
Ma la vera cosa da sottolineare è che là, su quella giostra, abbiamo incontrato il diavolo.
Guardatelo. È rosso. È ROSSO, in nome d'Iddio, ed ha il pizzetto a punta e i capelli quasi a forma di corna. Se gli fosse spuntata la coda e avesse tirato fuori un forcone dalla tasca, sarebbe stata la cosa più naturale dell'intera vacanza.
Tra le bancarelle ce n'è anche una che vende una ricetta tipica dell'Oktoberfest composta da baccalà e... patate, se non sbaglio. Questo genera fraintendimenti auditivi e una nuova frase memorabile.
Daniele: oh, sento odore di baccalà!
Auanzo: chi è la vacca laser?
Decidiamo che è ora di visitare un altro stand. Optiamo per quello della Paulaner, marca famosa anche all'estero. Ci dirigiamo là.
Entriamo. Anche se l'abbiamo già provato, è difficile assuefarsi allo spettacolo che ti si para davanti una volta varcata l'entrata di questi mastodontici casermoni. Stavolta saliamo sulla balconata e troviamo posto in uno dei tavoli che stanno lì. Facciamo la conoscenza di due signori di una certa età, due grandi persone. Non ricordo con precisione i nomi, purtroppo, ma erano chiaramente due monumenti alla saggezza della terza età. Chiacchieriamo di molte cose, fra cui, non so come, anche della situazione politica italiana. Rimango assolutamente sorpreso, quasi commosso, quando mi accorgo di un dettaglio struggente: uno dei due sta parlando di Hitler, ma arrivato appunto al momento in cui deve pronunciare il suo nome... Non ci riesce. Semplicemente, non ci riesce. La vergogna gli impedisce di articolare la parola "Hitler". Non ho mai visto una tale mole di civiltà e senso civico racchiuse in un solo gesto, peraltro involontario. Sono rimasto piuttosto sconvolto dalla cosa. Soprattutto perché il paragone col nostro Paese mi ferisce e mi fa vergognare di essere italiano. In Germania la gente si vergogna anche solo di nominare Hitler e la polizia arresta i neonazisti. In Italia, la gente crede che essere fascista sia "figo" e "alla moda", una cosa da ostentare e di cui andare fieri. In Italia, la gente crede che la dittatura e la privazione della libertà siano la salvezza del Paese. In Italia, le manifestazioni neofasciste vengono protette e scortate dalla polizia.
La minoranza cerebrale dell'italiano medio confrontata alle superiori civiltà e cultura tedesche mi rattrista un po'. Ma mi riprendo presto. Ad un certo punto, uno dei due signori ci offre del tabacco da fiuto. Dio, non ho mai visto una cosa COSÌ ottocentesca. Gli altri rifiutano tutti ma io vengo preso da uno slancio di teutonico coraggio e accetto. Me ne versa un po' sull'incavo della pelle tesa tra pollice e palmo della mano, dalla parte del dorso. Continua a versare ridendo mentre io gli dico "Aoh, basta! Stop, stop! Basta!". Mi viene descritto come fare. Passo il tabacco sotto al naso aspirando violentemente.
Non è facile descrivere la sensazione del tabacco da fiuto. Diciamo che è come ficcarsi una caramella balsamica extraforte in profondità nel setto nasale. La prima cosa che senti è un'agghiacciante sensazione di gelo lungo tutto il naso. Un freddo intensissimo che parte dalla narice e percorre tutto il condotto fino a penetrare nel cranio. Credo che infilzarsi il cervello con una scheggia di ghiaccio dia le stesse sensazioni. Subito dopo, il freddo inizia a bruciare e ti esplode dentro un fortissimo aroma di mentolo. Non riesci a sentire nient'altro che questo odore pungente accompagnato dal bruciore e, inevitabilmente, ti lacrimano gli occhi. In ultimo, come ciliegina sulla torta, per reazione ti cola il naso.
È stata un'esperienza esaltante, cazzo. Dopo di me, anche Virgilio si convince a dare una sniffata. Stessa identica reazione. I signori ci guardano e ridendo ci confessano che questo è uno dei tabacchi più buoni. Se ne mettono un po' sulla mano e aspirano SENZA AVERE LA MINIMA REAZIONE. Duri come la roccia, porca troia.
AGGIORNAMENTO 08/09/09: qui c'era una foto che ritraeva la schermata di un cellulare ma Splinder l'ha cancellata, sostenendo che violasse i Termini d'Utilizzo del Servizio. Gli ho scritto due e-mail per avere qualche informazione riguardo l'accaduto, ora sono in attesa di una loro risposta. Giusto per farvelo sapere.
E poi, all'improvviso, lei. Chiacchierando mi giro e vedo passare una dea d'ebano. Stupenda, carnagione leggermente più scura della media di queste lande, viso vivace incorniciato da ricci frizzanti e illuminato in ogni suo angolo da un sorriso accecante. Occhi azzurri come l'innocenza dei bambini. Una terza abbondante di seno sostenuta da un balconcino che urla AGGUANTALE, IDIOTA, SONO IL REGALO DI DIO PER TE. Per un momento sono quasi tentato di seguire il consiglio.
Io, da bravo coglione, condivido la mia scoperta col Foco che, come da imperitura tradizione, mi si accolla. Andiamo ad abbordare anche lei con la vergognosa scusa della foto.
Foco: excuse me, can we take a picture with you?
Dea d'ebano: yes, of course!
Foco: daje Marco, famose 'sta foto!
Dea d'ebano: ma siete italiani?
Io e Foco: ... Ma perché, pure te?
Un genitore italiano, l'altro tedesco. Ora si spiega il perché di tanta gnoccaggine. Ci facciamo la foto, scherziamo e chiacchieriamo un po', poi torniamo al nostro posto. Si chiama Manuela e io non smetto un attimo di cercarla con lo sguardo. Quando la trovo, decido di andare a chiacchierarci. E Foco, com'è scritto sulla Bibbia, mi si accolla.
Stiamo diversi minuti a dirle le peggio idiozie, mentre un tedesco alle sue spalle ci rivolge lo sguardo più torvo della storia degli sguardi torvi. Le chiedo se per caso quello non è il suo fidanzato. Lei, ridacchiando, mi dice che non è nessuno. Conservo tuttavia qualche dubbio.
Le lasciamo i nostri indirizzi mail. Non l'abbiamo più risentita. Che sia stato tutto un sogno?
POST IT (al fine di preservarmi da eventuali calci volanti provenienti dalla mia ragazza): si ma io adesso vojo bbene solo a te :-*
Con fare da macho, ci dirigiamo insieme agli altri verso l'uscita dello stand. È ora di ritornare al camper, domani si riparte. Guadagniamo l'uscita e c'incamminiamo verso la fermata dell'autobus. A un certo punto ci fermiamo a fare non so cosa lungo una piccola salita. Nel mentre, continuiamo a constatare come i tedeschi, soprattutto i bavaresi, amino incondizionatamente gli italiani. Virgilio osserva che a questo va ad aggiungersi la presenza di
Luca Toni nel Bayern Monaco.
Virgilio: oh, comunque qua Luca Toni lo amano.
Auanzo: davvero?
Virgilio: eh, vuoi vedere che mi basta dire ad alta voce TONI per farmi rispondere da qualcuno?
Nel momento esatto in cui pronuncia la parola "Toni", un gruppetto di ragazzi tedeschi di passaggio si gira sorridendo e farfugliando, mentre uno parla verso di noi alzando gradualmente la voce.
Ragazzo tedesco: eeeh eeeh eeeh, Luca Toni EEEEEH
Virgilio (rispondendogli ad alta voce)
: ahahah, grande Toni!
Aspettando la metro facciamo la conoscenza di due ragazzi austriaci. Uno è ubriachissimo, l'altro più o meno sobrio. La scena è meritevole d'attenzione: quello ubriachissimo sparla a voce alta dei tedeschi e del fatto che secondo lui sono dei merdosi perché uno non si può ubriacare in santa pace che subito ti rompono le scatole (il che tra l'altro non è vero), l'altro ci guarda e fa segno di lasciarlo stare perché non è in grado di intendere né volere. Poi, quando vengono a sapere che siamo italiani, si mettono a cantare il nostro inno nazionale e si prodigano in mille elogi all'Italia e ai suoi abitanti (soprattutto quello ubriaco). E il bello è che l'inno lo sanno!
Insomma, dopo alcuni discorsi sul calcio e sulla planimetria di Monaco, arriva per noi il momento di congedarci. Quando scendiamo all'altra stazione metro, mentre saliamo le scale mobili, un signore ci sente parlare italiano. Beh, non ci crederete ma cazzo è successo davvero: ci ferma sulle scale per chiederci se effettivamente siamo italiani e, quando noi rispondiamo affermativamente, gli si illumina il viso. Gli viene un'espressione di felicità estrema e, dopo un attimo di incredulità, SI METTE A FESTEGGIARE. Cioè, ci fa le feste solo perché siamo italiani! Io non riesco a capacitarmi del motivo per cui ci amano in questo modo assurdo.
Torniamo al camper felici, grazie alla gioia che quel signore ci ha attaccato gratuitamente addosso, e dormiamo come pupi.